Non possiamo semplicemente occuparci di spazio?

“Non possiamo semplicemente occuparci di spazio?”

Lo chiedeva qualche giorno fa un cittadino americano sui social, mentre migliaia di suoi connazionali scendevano in piazza a protestare e due altri americani partivano verso lo spazio sulla Dragon Endeavour.

Gli ha risposto il collega astronauta Nasa, Victor Glover, afro-americano, pilota collaudatore della Marina, assegnato alla prima missione operativa di SpaceX (forse il prossimo 30 agosto).

“In realtà no” ha risposto Victor.

“In realtà no”. Queste parole continuano a tornarmi in mente come il resto della risposta di Victor al suo concittadino: “Ricordati, chi si occupa di spazio sono le persone”, cioè noi, la comunità. “Così come stiamo affrontando condizioni meteorologiche estreme e malattie pandemiche, capiremo e supereremo il razzismo e il bigottismo in modo da poterci dedicare allo spazio insieme e in sicurezza”.

Può sembrare una risposta eterea, ottimistica, forse anche ingenua. Per me è il contrario: è una frase rilevante e profonda. E non è un caso me ne faccia venire in mente un’altra:

“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”.

A dirla, il 12 aprile 1961, fu Yuri Gagarin, il primo ad avere l’opportunità di osservare il nostro Pianeta dallo spazio. È una frase epocale perché fu pronunciata in orbita, dove nessun Uomo era mai arrivato prima. Soprattutto, però, fu detta nel pieno di un’era dominata dalla contrapposizione fra Unione Sovietica e Stati Uniti, un conflitto – un altro – ideologico, fra opposte visioni del mondo e della vita, prima ancora che fra apparati politici e tecnico militari.

A differenza dell’altra frase che disse, “Non c’è nessun dio quassù”, probabilmente dettata più da necessità politiche che da convinzioni personali, le parole sulle frontiere e i confini esulano dalle contingenze terrestri ed espandono l’essere umano in una realtà superiore, extraterrestre. Mi sembra addirittura che la frase di Yuri echeggi e amplifichi quel “In realtà no” di Victor. Perché, oggi come allora, i richiami alle nostre responsabilità di essere umani a tutto campo sono fortissimi e necessari.

Si dice che guardare il nostro Pianeta dallo spazio ne cambi la percezione, mostrandolo, proprio come diceva Gagarin, nella sua unità. È il cosiddetto overview effect e posso confermarlo, esiste! Non fa dimenticare che gli esseri umani possono entrare in conflitto con i propri simili, rivendicando storie, culture, necessità e interessi divergenti. E nemmeno sottovaluta quanto anche la competizione possa generare una spinta a migliorarsi con maggiore vigore.

L’overwiew effect ricorda solo una cosa, la più semplice e vera: la Terra è una nave, o un’astronave se preferite, sulla quale viaggiamo tutti INSIEME. Una nave di cui non siamo i turisti, ma l’equipaggio. E non c’è equipaggio che possa sperare di raggiungere la meta, qualsiasi essa sia, se i suoi membri puntano a sopraffarsi, fino a eliminarsi l’un l’altro. L’unico modo perché la nave proceda è che il suo equipaggio riesca a remare in maniera coordinata verso un obiettivo comune.

Credits Esa/nasa

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